Quasi sempre i libri su Caporetto non si basavano sulle fonti d’archivio, ma su testi letterari o su ordini emanati dagli Stati Maggiori o su impressioni di seconda mano. Mancando un serio confronto delle fonti archivistiche, le letture di Caporetto furono sempre infarcite da pregiudizi ideologici di una storia sociale della guerra che ignorava gli aspetti militari.


Questa scarsa attenzione alla storia militare ha portato a un profluvio di giudizi di valore sulla Grande Guerra, e su Caporetto in particolare, che sono la negazione della storia come scienza, la scienza più preziosa per un popolo perché essa gli dà il senso di sé.

Nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito erano però conservati i memoriali dei quasi 16.000 ufficiali fatti prigionieri nel corso della guerra, i tre quinti nei quindici giorni di Caporetto. Dal generale di divisione al diciannovenne aspirante ufficiale, dovettero raccontare quanto era accaduto e ciò che avevano visto. La gran parte lasciò 4-5 pp., ma molti 40-50 pp., con gli schizzi delle posizioni e dei combattimenti e i nomi dei sottufficiali e dei soldati rimasti uccisi. Molti, sapendo il moltissimo che avevano fatto, al rientro dalla prigionia si aspettavano riconoscenza e ricompense per il valore dimostrato e segnalavano anche i nomi dei combattenti della truppa meritevoli di medaglie. Nessuno li considerò.

Si tratta del più grande archivio italiano (e forse europeo) di memorialistica: un oceano di racconti. Il fatto che sia legato alla storia militare è stata senz’altro una delle ragioni per cui la cultura italiana non l’aveva preso in considerazione. La storia militare non fa infatti parte del DNA delle Istituzioni preposte alla trasmissione della memoria della nazione nelle scuole e nelle università italiane. Non facendo parte della formazione dei futuri cittadini, questi archivi non sono stati oggetto di ricerche avanzate, e così il più grande giacimento delle narrazioni delle avventure dei “cittadini in armi” era rimasto inutilizzato.

Mettendo a confronto questi racconti con gli interrogatori della Commissione d’inchiesta, con le relazioni di combattimento austro tedesche e i memoriali pubblicati e altre fonti d’archivio dello S.M. e qualcuna a stampa è stato possibile ricostruire gli avvenimenti ora per ora, con i nomi e spesso le biografie, e le foto degli ufficiali.

Gli italiani a Caporetto combatterono valorosamente come avevano fatto andando per 28 mesi sempre all’attacco in una guerra in cui l’attaccante era quello che aveva le maggiori perdite, e come faranno poi sul Piave e sul Grappa non appena messi in condizione di ritornare a combattere.

Caporetto fu una battaglia persa perché i Comandi italiani caddero nella sorpresa strategica.

Ufficiali e soldati non erano stati addestrati a combattere una battaglia difensiva e persero a Caporetto per il semplice motivo che gli austro tedeschi erano superiori di numero nel punto scelto per lo sfondamento, di artiglierie, di aviazione, di mitragliatrici (rapporto di 5 a 1 per le mitragliatrici leggere, prototipo dei mitra della guerra seguente) e anche di qualità dei comandanti (delle 11 divisioni d’assalto tedesche – delle 250 –7 furono mandate in Italia!).

Tecnicamente, allorquando gli artiglieri tedeschi erano riusciti a piazzare di notte e senza che gli italiani se ne accorgessero i loro 1.160 cannoni e a portare di nascosto 1.000 colpi per bocca da fuoco – che si aggiungevano ai 900 cannoni austro ungarici –, avevano già vinto la battaglia. Avevano una superiorità di fuoco di 3 a 1, sapevano dov’erano i posti di comando e le batterie, lì da due anni, mentre gli italiani non sapevano dove erano quelle tedesche.

In nessun libro di storia italiana ed europea figurano poi le altre sei grandi battaglie della ritirata. La battaglia di Cividale del 27 ottobre per rallentare lo sbocco in pianura delle divisioni della 14a armata austro tedesca: per 10 ore 5 divisioni tedesche contro 6 brigate italiane (circa 80.000 uomini nel complesso).

La seconda si combatté il 28 ottobre sulla “Linea delle retroguardie” a est di Udine che rallentò l’avanzata verso il fiume Tagliamento consentendo l’arrivo a Pozzuolo (7 km a sud di Udine) della divisione di cavalleria (reggimenti Genova e Novara) il 30 ottobre. Questa fu l’unica battaglia della ritirata entrata nella storiografia in quanto combattuta da reparti d’élite composti da nobili e alto borghesi il cui valore, come classe dirigente, si contrapponeva ideologicamente alla perfidia e alla viltà dei fanti che si erano “arresi senza combattere” perché soggiogati dal pacifismo e dal socialismo. Ma quel 30 ottobre ci fu un’altra grandiosa battaglia che non figura in alcun libro di storia, quella per i ponti su Tagliamento, o battaglia di Codroipo, in cui 4 divisioni d’assalto tedesche attaccarono sul fianco l’ala sinistra della 2a armata che si stava ritirando per passare il fiume: una battaglia enorme che coinvolse circa 50.000 austro tedeschi contro circa 300.000 italiani. Furono fatti prigionieri 15 generali e colonnelli, 60.000 furono i prigionieri, 1.700 i cannoni rimasti bloccati dal brillamento dei ponti (solo Bacchelli la descrisse nella Città degli amanti per la parte avuta dalla Sassari dentro Codroipo). Una quinta battaglia fu quella combattuta il 27-29 ottobre da due divisioni austro tedesche contro una italiana in val di Resia. Una sesta fu quella a Ragogna-San Daniele il 31 ottobre-2 novembre. Una settima fu quella di Clauzetto il corpo d’armata della Carnia (10.000 uomini), circondato, cercò di aprirsi la strada verso la pianura il 5 novembre.

Il maggiore storico militare italiano del secolo scorso, Piero Pieri, definì la Grande Guerra “la guerra vittoriosa del popolo in armi guidato dalla borghesia in armi”, una guerra combattuta quindi da tutta la società: “la guerra ha veramente portato tutti gli italiani con una dedizione suprema per il trionfo di un’unica causa” (Rosario Romeo). Ma invece oggi essa è una pellicola strappata. La falsa immagine di Caporetto è decisiva. C’è in sostanza una frattura identitaria tra la vulgata “Caporetto simbolo della guerra” e quel fante-contadino, simbolo dell’unità degli italiani sepolto in un luogo che si chiama Altare della patria.

Paolo Gaspari